SOGNATORI DA SEMPRE 

di Antonio Zimarino 

Quando sono stato coinvolto in questo progetto, gli artisti mi hanno voluto spiegare da subito la sua originale particolarità: esso è nato da un “ritrovarsi” dopo anni nella comune passione per l’arte e per la pittura, una passione grazie alla quale si conobbero e condivisero momenti e parti importanti della loro formazione e della loro vita. Per questo desideravano deviare in qualche modo dal discorso strettamente artistico e focalizzare la mostra sul legame che nel tempo, si è mantenuto, sviluppato su strade diverse ma riscoperto oggi, immutato e forse, più profondo. 

È vero, il progetto è nato da questa relazione ritrovata, che ha portato alla riscoperta di qualcosa di originario e originale ma riflettendo sulle opere e sull’intera storia, mi è venuto da pensare e da ricostruire idealmente il “che cosa” può aver cementato questo rapporto e questa relazione, e a “che cosa” essa ha portato sia pur per strade diverse, alla vita di ciascuno, alla sensibilità individuale che vediamo oggi esprimersi. 

Grazie ad una intuizione di Giuseppe Misticoni, nel 1947 nacque una scuola d’arte che fu allo stesso tempo, simbolo ed esperienza di una ricostruzione materiale e civile della città: il Liceo Artistico di Pescara, il primo in Italia nato fuori dalle Accademie di Belle Arti, fu una scuola di altissimo livello in cui lavoravano “artisti” aperti alle relazioni più stimolanti dell’arte italiana del tempo e che dava possibilità inedite al desiderio creativo delle nuove generazioni; fu una scuola di assoluta capacità creativa e sperimentale nella didattica, nelle relazioni, nell’apertura al sociale e da questa esperienza nacquero professionisti, artisti docenti nei più vari settori delle attività creative. 

Coloro che hanno studiato e poi anche insegnato in questa scuola,hanno vissuto e costruito una storia che ha portato attraverso i migliaia di rivoli creativi dei suoi studenti e dei suoi docenti, una linfa vitale nello sviluppo della cultura artistica italiana. 

Albano Paolinelli e Gerardo Lizza sono stati amici sui banchi di quella scuola, si sono formati in quel clima di serissima preparazione professionale e di spinta creativa apertissima; hanno condiviso pane e sogni su quei banchi e poi dopo, ancora, negli studi in Accademia a Roma, dove si sono diplomati; hanno poi lavorato ad opere sperimentali e sviluppato forme di didattica originalissima (Paolinelli) oppure hanno contribuito a costruire l’ “immaginario” cinematografic0 e teatrale di mezzo mondo (Lizza); le loro storie hanno inciso a loro volta, sulle vite e sull’immaginario di migliaia di persone, partendo dunque, da una piccola storia di vera amicizia e da una storia (che ci ostiniamo ancora a considerare di “provincia”) che non comprenderemo mai fino in fondo quanto abbia influito sulla vita di tanti, considerando gli artisti, i professionisti i docenti che appunto vissero l’epopea utopica e sperimentale sognata e avviata da Misticoni e dai suoi collaboratori. 

 

ln questa mostra sembra che qualcosa si sia compiuto e Che molte cose stiano ricominciando: si è recuperato quell’entusiasmo provato in origine, si continua ad essere quello che si era stati, nel riproporre, nello sviluppare e nel realizzare qualcosa che è appunto ancora la vita dell’interiorità creativa che non smette mai di desiderare e di delineare degli orizzonti. 

Lavorare con questo approccio all’arte significa desiderare diavere a che fare con il “possibile” più che con il “certo” e che ci voglia aprire a questioni più profonde e fare dell’esperienza dell’arte e della pittura, un momento di verifica e di approfondimento di se stessi, un momento per capire e focalizzare dove ancora la propria immaginazione può condurre. 

La mostra parte da alcune suggestioni degli anni Sessanta, mostrando opere e bozzetti di allora per suggerire un’origine, ma si concentra essenzialmente sull’oggi: non è dunque affatto una mostra nostalgica sul tempo andato ma è un ritorno coraggioso e necessario a indagare nuovamente gli aspetti primari del fare artistico e focalizzarsi di nuovo sul potere espressivo e metaforico della pittura. 

Lavoro da molto tempo con Paolinelli e ho seguito e ricostruito più volte l’evoluzione della sua ricerca artistica: insieme abbiamo affrontato mostre, progetti, sfide e utopie culturali e ho potuto osservare nel suo impegno, il senso stesso dell”‘essere contemporanei” ovvero, un continuo desiderio di capire, cercare, cambiare e di seguire con l’intelligenza, il senso delle trasformazioni della società e del suo modo di esprimersi nelle forme dell’arte. 

Tra gli anni ’60 e 70, Paolinelli ha progressivamente sottoposto la “figura” all’analisi visuale anche attraverso il mezzo cinematografico; negli anni ’80 ha poi svolto un analogo lavoro sugli elementi della memoria, fino ad arrivare a una pittura che ha stravolto, cancellato, dissolto i caratteri decisi della realtà stessa dell’immagine. Essa oggi è stata sublimata e in qualche modo travolta e a tratti riecheggiata in un magma informale nel quale riappaiono periodicamente simboli parvenze di immagine che intendono evocare persistenza, agganci di senso e significati. I lavori qui presentati riguardano la sua produzione più recente a partire dal 2015 con esempi delle serie Luoghi e “Dalla città”fino ad arrivare alle ultime produzioni. 

La scoperta interessante in questa occasione è stata però quella della pittura di Gerardo Lizza che non conoscevo: le sue tele ripartono oggi formalmente, dagli elementi base e fondanti dell’astrattismo informale come per riprendere una discussione che era stato necessario o costretto a suo tempo, sospendere. Ritorno al passato? Sarebbe sciocco pensarlo perché Lizza non è stato mai chiuso in una soffitta: ha visto in presa diretta il “mondo” della cultura, lo ha frequentato, si è con-

frontato con la “contemporaneità” internazionale. Ciò che la cultura internazionale ha espresso negli ultimi cinquant’anni artisticamente e culturalmente è accaduto è stato da lui incontratoe in qualche modo attraversato. 

Ripartire dall’Informale,da quel colore, da quella struttura delle campiture, da quella strutture di segni, da quella qualità materica, significa ripartire dalla “base” dei linguaggi contemporanei: sitratta di ridiscutere i fondamenti della contemporaneità e di riappropriarsene per esprimere la propria attuale sensibilità. Un artista che oggi voglia tentare questa operazione non fa altro che cercare l’origine di sé, del proprio vedere e insieme, la radice del senso del contemporaneo; si tratta dal mio punto di vista di una operazione di recupero e riesame della propria spinta creativa, che è poi recupero e riesame di quella che è stata la spinta originaria del “cambiamento” e della trasformazione della ricerca artistica avviata negli anni Sessanta e continuata fino ad oggi su strade imprevedibili. Gerardo Lizza vive il colore e l’esperienza della pittura in un modo molto particolare ovvero in una esperienza, potremmo dire “estatica” del processo di “formatività”. Questo concetto introdotto da L Pareyson sta ad indicare un atteggiamento psicologico e culturale che crea la forma dell’opera attraverso e durante il processo del lavoro. ln sostanza Lizza si lascia guidare non da un progetto espressivo ma da un atteggiamento contemplativo che si esprime nel “lavoro”: la tela subisce un processo lungo di sovrapposizioni, cancellazioni, ritocchi che seguono le suggestioni cromatiche o luministiche di un momentoo di più momenti: il desiderio è quello di indagare la luceattraverso i rapporti del colore e dei segni, di far cogliere le sue trasparenze, di farla concentrare su zone di tensione o di chiarezza, su segni o su particolari rilievi superficiali cercando di restituire all’osservatore attraverso l’immagine, l’esperienza di incanto di stupore, il tempo lungo della meditazione, il tempo indefinibile di uno stato interiore, le tracce di un processo verso la “rivelazione” dell’immagine. ln questo tipo di approccio pittorico (che è tutto fuorché ingenuo) c’è il desiderio di condividere con l’osservatore un tipo di esperienza che è di “liberazione”, di superamento della dimensione logica per arrivare a quella psichica nella quale mente e gesto sono connessi profondamente nell’istante. Per capire questo approccio bisogna riferirsi alle cosiddette tecniche della meditazione trascendentale dove il gesto, la manualità, la fisicità diventano rituali e propedeutici a realizzare nell’interiorità, la perdita della coscienza: è questo l’obiettivo della recita deimantra, della preghiera, del canto sacro, della meditazione zen, della realizzazione del mandala: riconnettere la coscienza al suo stato originario. 

Provando infine a dare una chiave di lettura a questo “ritrovarsi” nell’arte mi vengono in mente queste considerazioni: Paolinelli oggi appare riapprodare ad un magma creativo originale e originario composto da un sovrapporsi di segni, simboli e colori,come luogo dove si riaprono possibili e misteriose possibilità di senso e significati. Lizza sembra immerso in un desiderio di purezza incanto i cui spesso si ritrova ad “abitare”, in un analogo magma formale all’interno del quale cerca delle strade di senso e di liberazione. ln questo modo finiscono entrambi per indicare da due punti 

di vista diversi che nella pittura si trova il modo di leggere se stessi, la propria psicologia, il proprio approccio al senso dell’esistenza. 

Ma facciamo bene attenzione: quello che i due artisti mostrano non è semplicemente la “loro” esperienza della pittura ma ci stanno offrendo il modo di capire quale può essere anche il nostro modo di approcciarci al mistero, alla ricerca di senso e significati. Dissolvere le apparenze, cogliere dei simboli fondamentali, superare con gli occhi gli strati profondi del colore per cercare tracce leggibili al di la di esso, lasciarsi incantare dai trapassi improvvisi di cromie, far emergere la luce, chiarificare le zone, iniziare a lavorarle non sapendo dove si arriverà, cercare un completamento, abbandonando le strutture razionali, muoversi in stato di semi coscienza, approdare attraverso un processo analitico o intuitivo a un equilibrio di forme luci e colori che si riconosce come una completezza cercata e/o casualmente trovata: queste sono, nel linguaggio e nelle forme della pittura, le modalità comuni di approccio antropologico all’esistenza, i modifondamentali attraverso cui negli esseri umani avviene la “ricerca di senso”. 

Paolinelli ci propone la via del processo, dell’analisi, della “discussione”, Lizza quello dell’intuizione, dell’illuminazione, del superamento della coscienza: entrambi cercano se stessi e desiderano condividere con chi guarda, l’esperienza che stanno facendo. Infatti, capire che qualcuno, guardando la pittura, la possa comprendere, significa capire se il proprio cercare ha un significato più ampio, se la propria strada è giusta, se è profondamente “umana”. Essere compresi, comprendere, condividere è il modo migliore per capire di non essere soli e sentirci vicini agli altri esseri umani. Non sono quindi degli approcci “onirici” e istintuali; non sono”poetiche” o suggestioni irrazionalistiche naif ma dell’esatto contrario: sono modi espressivi ancorati ad una cultura visiva profondisSima e a particolari approcci psicologici della ricerca esistenziale. L’equilibrio delle forme, le scelte cromatiche, l’organizzazione complessiva dei segni, dei simboli e delle immagini non lasciano mai 

nulla all’improvvisato: sono una vera e propria “grammatica generativa” che è possibile usare a questi livelli di rielaborazione, solo se la si possiede e se la si è assimilata. 

Ho l’impressione che per entrambi sia arrivato un nuovo senso di stupore e libertà: negli anni Sessanta c’era forse la spinta a scoprire cosa fosse “possibile” e adesso forse c’è più un desiderio di scoprire come le cose si rendono o sono state rese possibili. Vedo in questo approccio rinnovato, non un “ritorno all’innocenza” o una regressione, ma al contrario, una consapevolezza di quanto fosse giusto partire da lì e sia giusto oggi, ripartire da lì. 

 

GERARDO LIZZA, 1a pittura incorporea. di Pierluigi Pieralli 

Gerardo, nome non comune, deriva dal germanico Gaira, lancia e Hardhu, forte, quindi valoroso con la lancia. Un altro profilo recita: uomo molto seduttivo e ambiguo, capace di slanci di bontà quanto di cattiveria. L’unica costante che lo riguarda è l’azione. Conoscendo l’uomo e l’artista, resto spiazzato. Conosco solo due Gerard, Gérard de Nerval e Gérard Depardieu. Il secondo non mi aiuta, uomo corpulento, quanto viscerale, focoso e provocatorio, che collimerebbe con l’etimologia. Ma il primo, Gérard de Nerval, scrittore romantico, amato dal surrealismo per la sua vocazione visionaria e onirica, sedotto dall’oriente, amato da Proust, mi fa pensare a delle strane analogie con Gerardo Lizza, ed a trasformare il valoroso con la lancia in valoroso con il pennello, tanto più che nella sua pittura, Gerardo usa il pennello come un magico strumento per tradurre i suoi sogni. Poiché sono proclive a credere che nel nome ci sia un destino, come Mira Nair, ci insegna nel suo bellissimo film “The Namensake”, anche nel nome del nostro Gerardo mi piace pensare ci sia stato un destino che gli ha fatto ritrovare la sua vera natura, che era perseguire l’arte pittorica, mentre circa metà della sua vita è stata consumata, non perduta, tengo a sottolineare, a fare da supporto a scenografi realizzandone le scene ed impreziosendole con materie, velature e colori. Questo lungo, troppo lungo apprendistato, per fare il pittore “da grande”, fortunatamente non è stato vano, poiché Gerardo si è addestrato ad un artigianato sapiente, è stato duttile a ricevere stimoli dalle visioni altrui ed a elaborarle nella propria sensibilità, per poi restituirle generosamente nella qualità del proprio Laboratorio di Scenografia. Lo so bene io, che ho effettuato con lui varie scenografie e sempre ho trovato arricchite le mie esigenze con i doni e le astuzie della sua esperienza, così come l’ho trovato pronto ad una stimolante sperimentazione di nuove strade. Va anche detto che questo tirocinio, prima del salto nel vuoto dell’arte vera e propria, gli ha dato anche l’opportunità di conoscere e collaborare con artisti dell’Informale, esperienza che ora si trova perfettamente drenata nella sua pittura, con consapevolezza, avendo presa distanza da eccessi ed intemperanze, in modo da esprimersi con una raffinatezza e passione, e senza avarizia nel creare e creare ogni giorno, prendendo stimoli dalla pittura precedente, in una catena inesauribile di opere.”L’unica costante che lo riguarda è l’azione”, recita la tipologia psicologica del nome, questo è verissimo, Gerardo è iperattivo, sa trarre ispirazione da qualsiasi stimolo sensoriale e IO traduce in sofferta astrazione nelle impronte di emozioni che lascia ogni volta sulla tela, che ogni volta si rinnovano e creano un universo fatto di leggerezza e di eleganza, con colori delicati ed armonici’ con forme di misurato equilibrio tra una definizione che induce a pensare ad oggetti, fiori o paesaggi, ma che poi si sottraggono alla tentazione figurativa, restando nel campo di un puro e seducente cromatismO, dove si sommano piani trasparenti, velature, caute frammentazioni di colori e guizzi di luce.Quando gli chiedo cosa lo spinge a perseguire con estrema coerenza e contiguità su queste strade, lui rifugge da proclami eroici o cerebrali, dichiarandosi un uomo molto semplice, che si specchia in quello che vede nelle cose e nella natura e lo traduce in gesti di incorporea bellezza.